sabato 9 marzo 2013

A tutto volume


A tutto volume

Una stanza del suono di mille metri quadrati con alberi-mixer e rami di luce. Dove incontrarsi e ballare ammirando la Tour Eiffel. È l’ultimo progetto del parigino Mathieu Lehanneur


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 Il salone principale con albero in fibra di vetro
omini Mathieu Lehanneur e pensi a ‘Andrea’, il purificatore d’aria che funziona con le piante, frutto di un approccio scientifico al progetto (il suo) che combina materiali organici con tecnologie digitali. Come dire, Lehanneur gli oggetti li modifica in laboratorio per farli belli ma anche intelligenti, mutanti eppure funzionali. Stessa modalità per gli scenari: avanguardia spinta. L’altare di una chiesa, il bar degli imballaggi commestibili, l’area wi-fi sugli Champs-Élysées e il nuovo centro culturale alternativo di Parigi: 1.000 metri quadrati vista Tour Eiffel.
Cos’è Electric? 
È il posto che Alice (Lewis Carroll, ndr) sceglierebbe se le piacesse il rock’n’roll! La foresta magica del suono e della musica con affaccio sulla città a 360°. Abbastanza in alto per tenere il volume al massimo.
Segni particolari?
Il locale funziona come un grande mixer: enormi tronchi neri organizzano lo spazio e irrigano il soffitto di rami d’acciaio che supportano qualsiasi tecnologia.
Come si arreda un posto così?
Nel brief iniziale si parlava di una concert hall per 50/200 persone, aperta da mezzanotte alle sei del mattino. Non volevo un posto bello e statico, ma un luogo flessibile: una scatola che si trasformasse in base agli eventi.
Sei famoso per l’impostazione scientifica. Vale anche per Electric?
Più che scientifico, qui il mio approccio è fantasy. Abbiamo comunque lavorato a stretto contatto con tecnici del suono per creare aree differenziate: le stanze della musica, vere immersioni sonore, e quelle insonorizzate dove si può parlare.
Perché i tuoi progetti attirano sempre l’attenzione?
Non so... sarà che rimangono nella memoria come una bella esperienza.
Cosa significa disegnare spazi pubblici?
Significa accettare di perdere il controllo o meglio padroneggiare la perdita di controllo, e lasciare che altri finiscano ciò che tu hai iniziato. Parlo degli utenti, ovviamente.
È vero che hai messo un pollaio nel centro di Parigi?
Sì, nell’agenzia pubblicitaria JWT. Volevo uno spazio che fosse il più possibile stimolante per la creatività e lo scambio di idee. Ci sono infiltrazioni di natura ovunque, animali e vegetali. Le galline stanno nel patio, cantano, depongono le uova e trasformano Parigi in una città accogliente.
In Francia una volta c’era Philippe Starck, ora si parla di Nouvelle Vague del design francese. Cos’è successo?
Diciamo che i francesi hanno sempre avuto l’ambizione di svolgere un ruolo nel mondo. Quale miglior mezzo del design?
Anche i numeri dell’industria sono cambiati?
Sì, nel senso che sono diminuiti. La Francia è diventato il paese degli artigiani e delle aziende ultra-lusso.
Esiste uno stile francese?
Spero di no, ma se c’è una tendenza è quella di fare le cose sul serio, senza prendersi troppo seriamente.
Starck dice che il design italiano è sempre il migliore...
Suppongo che l’abbia detto molti anni fa. Non vorrei offendere gli italiani e i loro progettisti, ma il mondo è cambiato e sarebbe assurdo pensare che un paese sia più creativo di un altro. Le idee viaggiano più veloci delle persone. Siamo nell’era delle esposizioni globali permanenti, non esistono più i confini nazionali. Per quanto concerne le industrie e le case editrici, be’, è vero, siete un passo avanti.
Teresa Villa, foto di Felipe Ribon

Fonte : AtCasa
da : Case da Abitare

07 marzo 2013

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